Piazza della Repubblica a Yerevan, Cosa vedere a Yerevan
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Mini guida a Yerevan: cosa vedere in 48 ore nella capitale armena


Questo è il punto di partenza di una guida pratica su cosa vedere a Yerevan in 48 ore. Se ti piacciono anche i racconti avventurosi, leggi il mio viaggio a Yerevan: Le due cime. ⭐

Riemerse dalle foreste dei monti georgiani con la pancia piena di gustosi khachapuri, non avremmo mai immaginato una così forte differenza tra i due piccoli paesi caucasici, che nell’immaginario si tende a mischiare. L’Armenia è appena poco più grande della Sicilia e la Georgia è appena poco più grande dell’Armenia. Tra le due capitali ci sono sei ore di viaggio in marshrutka tra monti, colline e laghi eppure le somiglianze sono davvero poche. L’unica cosa che li accomuna è il loro essere cristiani tra tre paesi islamici: Turchia, Azerbaijan e Iran.

In Georgia, tra la frutta fresca che sa davvero di frutta, le terme e le altissime cime dei monti del Caucaso, il luglio non era stato poi così impietoso. Al contrario, nel paese semi desertico dei melograni e delle rocce di basalto quella domenica mattina c’erano 52 gradi centigradi percepiti, resi ancora più spietati dal cemento e dai palazzi brutalisti dell’ex città sovietica.

Quando il calore di un luglio mediorientale sale dall’asfalto e ti strangola negli autobus senza condizionatore e i ventilatori a pale girano più lentamente del tempo, Yerevan si rivela una città marziana, deserta se non per il rumore delle marshrutke che sfrecciano accanto a una fontana che, di notte, danza al ritmo di colonne sonore di Star Wars, Harry Potter e Čajkovskij; le guardie in Piazza della Repubblica che ti scrutano con occhi socchiusi da sotto il cappello; il profumo di vino al melograno che si mescola alla polvere; giovani ucraini scappati dalla guerra rifugiatisi qui nella speranza di ricominciare; la voce di Gaghin, gestore dell’ostello, che racconta con un sorriso amareggiato la storia di un popolo che ha sempre dovuto scegliere tra “essere armeno o non esserlo”.

Giare contenenti vino armeno, Cosa vedere a Yerevan
Giare contenenti vino armeno e decorate con le lettere dell’alfabeto

Cosa vedere a Yerevan in 48 ore

1. Piazza della Repubblica

Il nostro viaggio è iniziato dal punto più centrale della città, ovvero Piazza della Repubblica, un enorme spiazzo circondato dai palazzi governativi più importanti e che mescola il brutalismo sovietico e il costuttivismo degli edifici di basalto grigio a un delicato e sobrio rosa del tipico tufo armeno. Sulle facciate si possono scorgere diversi simboli, tra cui le due cime del monte Ararat e un vecchio stemma sovietico con falce e martello, uccelli immaginari ed elementi floristici che ricordano lo stile persiano.

Di giorno la piazza è deserta, con il sole che batte sull’asfalto e il tufo, eccezion fatta per le guardie davanti al Palazzo del Governo. La sera, invece, si popola di famiglie e turisti che vengono a rilassarsi e ad assistere allo spettacolo di luci e acqua dell’enorme fontana costruita al posto della statua alta 7 metri di Vladimir Lenin, dal quale la piazza prendeva il nome, rimossa nel 1991 con la caduta dell’URSS.


2. Il Museo di Storia Nazionale

Dietro la fontana, i palazzi di tufo rosa ospitano la Galleria Nazionale e il Museo di Storia, quest’ultimo da non perdere se si vuole conoscere meglio l’Armenia. All’interno si trovano collezioni di antichi manufatti del Caucaso, gioielli, abiti tradizionali, accessori quotidiani del XIX secolo e una stupenda collezione di mappe medievali, europee, islamiche, bibliche e immaginarie, nonché una sezione dedicata alle pergamene del Matenadaran, un luogo meraviglioso di cui parlerò più avanti.

Consiglio pratico: i due musei sono collegati. Ci vuole qualche ora per visitarli entrambi e sbirciare le guardia sala che spettegolano e si scambiano fiori e torte, ignorando bellamente i visitatori. Non c’è una caffetteria, per cui portati dell’acqua e uno snack.


Yerevan dall'alto, Cosa vedere a Yerevan in 48 ore
Vista di Yerevan dall’alto

3. Matenadaran – la biblioteca di pietra

Il Matenadaran, nome complicatissimo per “biblioteca”, si erge dietro il complesso artistico della Cascade, oltre il ring di giardini e locali moderni. È una delle cose da vedere a Yerevan, forse la più affascinante delle sue stranezze e di certo il mio luogo preferito in città: l’intero edificio è circondato da massi rocciosi che spuntano in cima a una salita, formando un enorme complesso di granito che sembra emergere dal deserto. Più che opera dell’uomo, appare come una creazione della natura stessa.

Sulla facciata una statua raffigura l’inventore dell’alfabeto armeno, Mesrop Mashtots, monaco che nel 405 codificò le lettere della sua lingua per tradurre la Bibbia, e un suo discepolo in ginocchio davanti a una lastra incisa con le trentanove lettere armene, tutte curve e sinuose. Dopo aver varcato la soglia, si accede a tre spazi distinti: la biblioteca, il museo e l’istituto di restauro dei libri.

All’interno, il Matenadaran custodisce circa ventitremila manoscritti preziosi e antichi, armeni e non solo. Non tutte le sale sono aperte al pubblico; la maggior parte dei volumi è custodita in un bunker sotterraneo nella collina del Parco della Vittoria, al sicuro da umidità e luce. Tra le collezioni più affascinanti troviamo i primi volumi stampati in armeno a Venezia, dove ancora oggi vive una comunità armena, e in altre città italiane; le stampe prodotte ad Amsterdam, Calcutta, Mosca e altrove; le Bibbie compilate dagli amanuensi nei monasteri che punteggiano questo paesino cristiano; inni e codici incastonati in argento; tomi ritenuti oggetti di culto dalle antiche comunità armene in Iran (che, come tutti gli altri paesi confinanti, si prese una fetta dell’Armenia) e quelli conservati dai sopravvissuti al genocidio, alcuni con più di 600 anni di storia.

Il Matenadaran non ruota esclusivamente attorno all’Armenia. Al suo interno si trovano pergamene, papiri, Corani e Torah in ebraico, turco, persiano e cinese; la Bibbia in latino, armeno, georgiano e slavonico; e, senza alcun legame apparente, una mostra di tessuti iraniani. L’ambizioso complesso conserva saggezza millenaria di ogni cultura, quasi riscattando una città che altrimenti sembrerebbe priva di storia. Per un topo di biblioteca come me, il Matenadaran è il paradiso.

La visita dura circa 90 minuti ma a parer mio ci si può perdere tra le lettere e la carta per molto più tempo.


4. Cascade

Nel lato settentrionale della città sorge il Cascade, un immenso scalone di pietra che sovrasta Yerevan come un segnale di modernità, in contrasto sia con il deserto intorno che con il brutalismo sottostante. Progettata da Alexander Tamanyan, l’architetto che ridisegnò la capitale sovietica da zero, la collina fu completata nei primi anni duemila grazie al mecenatismo dell’imprenditore armeno americano Cafesjian.

Salire il Cascade è già di per sé un’esperienza: ai piedi del complesso si trovano le iconiche statue obese di Botero, che pare essere ovunque, e una teiera gigante in fil di ferro. Simboli che hanno poco a che fare con l’Armenia in sé, eppure la collegano al resto del mondo.

All’interno le scale mobili sono costellate da installazioni d’arte contemporanea proveniente dalle gallerie di Cafesjian: ogni piano ospita una piccola esibizione dove le opere si alternano a terrazzi curati con giardini, fontane e aiuole di fiori che lottano contro il caldo infernale. Ci si può affacciare a ogni piano per osservare quest’assurda città da un gradino sempre più alto.

Più si sale, più la città si apre: i vialoni trafficati, le case squadrate dei tempi dell’URSS e la popolazione che vive la propria vita. Dalla terrazza più alta, oltre la cortina di smog, oltre il deserto, appare improvvisamente il profilo biblico del Monte Ararat. Le due cime, simbolo dell’Armenia, si stagliano maestose; la più alta è innevata, un’anomalia surreale nella canicola di Yerevan. Il monte, purtroppo, si trova in territorio turco, nella zona che un tempo era la Grande Armenia, ed è sorvegliato da guardie armate che sparano a vista i visitatori indesiderati – o almeno così si dice. Nessun armeno può avvicinarsi al proprio simbolo sacro, uno dei tanti dolori di questo popolo storicamente potente che ha molto sofferto genocidi, diaspore e separazioni.

Il punto più vicino per vedere l’Ararat in territorio armeno è Khor Virap, il monastero a quattro chilometri dal confine con l’exclave azera del Nakhchivan e a pochi passi dal confine turco.

Quando mi sono affacciata da una delle terrazze e ho intravisto il profilo assurdamente innevato dell’Ararat nella caligine e nello smog, il mio cuore ha saltato un battito: era come essere al cospetto della storia. Ne parlo più approfonditamente nel racconto di viaggio:

Le due cime

Il DJ e la Cascade
Il DJ e la Cascade

5. La Madre Armenia e il Parco della Vittoria

Davanti alla Cascade si erge la statua di Alexander Tamanyan, l’urbanista che disegnò la Yerevan moderna – soprannominato “il DJ” per la sua posa china sul progetto urbanistico – che indica il percorso verso il Parco della Vittoria. Dall’altro lato della strada si trova un luna‑park rétro e mezzo arrugginito, di quelli che popolano le città sovietiche e che danno un senso di antica angoscia; steli commemorativi ai caduti dell’Afghanistan sovietico e, al centro, la Madre Armenia.

Come ogni capitale ex sovietica che si rispetti, da qualche parte deve esserci una statua della Madrepatria. A Yerevan è alle spalle del Cascade: se la parte anteriore è una meraviglia architettonica, quella posteriore è un intrico di scalette di ferro ed erbacce che si snoda tra le rovine di un quartiere abbandonato fino a raggiungere il monumento celebrativo del cinquantesimo anniversario della Repubblica Socialista Sovietica di Armenia. La Madre tiene una spada tra le mani, in orizzontale, a difesa della città (da lontano sembra una croce e c’è chi dice che è stata fatta così apposta dall’artista, Rafael Israelyan, per andare contro le autorità sovietiche). In cima spiccano simboli precristiani tra cui una foglia d’oro che richiama l’albero della vita urartiano, lo stesso inciso nei bassorilievi di Persepoli, in Iran, per niente lontano, almeno in senso geografico.

La Madre Armenia sorge al posto di Stalin e il volto è quello di una giovane donna che l’artista aveva incontrato per caso in una latteria e le aveva chiesto di posare per lui.

La città fu pianificata nel 1924, quando venne concepita come la dodicesima capitale dell’Armenia dopo undici insediamenti susseguitisi nel corso dei millenni. Tamanyan la concepì per 150 000 abitanti; oggi la città conta più di un milione di persone. Il centro è contrassegnato da un ring che racchiude giardinetti, viuzze e baretti fighi (più costosi che a Venezia) ed è tagliato dalla Northern Avenue, un viale diagonale pensato per regalare una vista sull’Ararat collegando l’Opera (la “Casa del Popolo”) alla Piazza della Repubblica.

6. L’Opera o la Casa del Popolo

L’Opera di Yerevan è il capolavoro incompiuto di Tamanyan, terminato solo nel 1963, ventisette anni dopo la sua morte. In origine ideata come un progetto avanguardistico ispirato al costruttivismo sovietico, ha poi assunto un carattere più stalinista. Ha una forma ellittica circondata da figure emblematiche della cultura armena tra cui Komitas, che salvò la musica nazionale dal genocidio. Di fronte si trova la Piazza  Francia, dove un busto di Rodin, donato appunto dalla Francia, veglia sul luogo.

7. Museo del Genocidio di Yerevan (Tsitsernakapert)

Il museo si trova su una collina poco distante dal centro e racconta la tragedia del genocidio armeno, una strage che colpì più di un milione e mezzo di persone tra la fine del XIX e il 1918. Del genocidio armeno se ne parla poco e la maggioranza dei paesi non lo riconoscono per non incrinare i rapporti internazionali con la Turchia. L’Italia e il Vaticano (ma va?) sono tra le sole trenta nazioni ad aver riconosciuto la strage; nonostante ciò non c’è mai stato un processo e i negazionisti, in primis Erdogan, sono tanti.

Il Museo sorge in un parco all’apparenza tranquillo, eppure non si può fare a meno di provare un senso di angoscia alla vista dei dodici lastroni di basalto e granito inclinati in cerchio su una fiamma eterna. Se poi si decide di addentrarsi in questa dolorosa storia, il museo spiega nel dettaglio ciò che successe, attraverso fotografie, diari, lettere e altre testimonianze.

La Cattedrale di Yerevan
La Cattedrale di Yerevan

8. Il Kond

Sebbene Yerevan abbia più di 2800 anni di storia, non rimane quasi nulla che sia più antico di 100 anni. Oltre alla Moschea Blu del 1700, il Kond è l’unica testimonianza di un tempo passato quando la città era un piccolo villaggio di mercato popolato da bosha (armeni di origine rom), persiani, turchi e azeri. Quando Tamanyan ridisegnò la mappa urbana nel 1924, il Kond rimase intatto, preservando la sua trama originale di stradine strette, archi persiani, bagni turchi integrati nelle case e balconi di legno intagliato.

Oggi vi vivono circa 4000 persone, in case fatiscenti, spesso senza acqua o elettricità. Tuttavia, negli ultimi anni si sta cercando di rivalutare il quartiere e alcuni artisti locali hanno trasformato le pareti in gallerie itineranti, dipingendo murales che celebrano la tradizione armena.

9. La Moschea Blu

L’unica moschea ancora in funzione a Yerevan è stata restaurata negli anni ’90 grazie a una collaborazione con l’Iran. Fondata dai turchi e ricostruita dai persiani, la struttura è un’oasi di tranquillità: giardini curati, maioliche azzurre e nicchie che ospitano reperti persiani. Dopo le miriadi di chiese del cristianesimo armeno miste al brutalismo sovietico e alla nostalgia stalinista, vedere una moschea con le donne velate e i bambini che giocano nelle fontane ci ha colpito non poco. Ci siamo sedute lì al fresco a osservare un po’ di diversità e di colore, mentre i fedeli facevano le loro abluzioni prima di pregare.

10. La Metropolitana di Yerevan

Come in quasi tutte le città sovietiche principali, anche a Yerevan la metropolitana è un piccolo capolavoro architettonico di pietra, marmo e vetro con motivi floreali, storici e sovietici. Tra le più suggestive troviamo la stazione di Piazza della Repubblica, quella di Sasuntsi Davit (nota per i bassorilievi in tufo arancione) e Barekamatyun. Come a Tashkent e Baku è vietato scattare foto all’interno, ed è un peccato. Una delle più belle metropolitane sovietiche che abbia mai visto è quella di Kyiv, con i murales che raccontano le tragedie dei ultimi trent’anni, senza dimenticare il passato sovietico.

11. La Stazione dei treni

Oltre alle metropolitane, anche le stazioni dei treni costruite in epoche sovietiche sono più stimolanti e artistiche di quelle nostrane. Quella di Yerevan è in stile staliniano ma costruita con il tipico tufo locale. Davanti alla facciata spicca una statua di David di Sasun, l’eroe epico della tradizione armena con la coda del cavallo modellata a forma di pantaloni alla turca.

12. Vernissage Market

In ultimo, per riposarsi, fare un po’ di spese e osservare la gente locale si può fare un giro al Vernissage Market. Si trovano libri armeni e sovietici, tappeti locali e souvenir vari. È possibile, anzi ce lo si aspetta, contrattare. Da notare, però, che è diventato abbastanza turistico.

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Se si vuole andare più a fondo nella vita e nella storia dell’antichissima cultura armena, si possono trascorrere più di 48 ore a Yerevan e centellinare il caos di questa città, parlare con le persone del luogo e conoscere il loro punto di vista. Inoltre Yerevan è il punto di partenza per visite fuori città.

In un bus armeno Cosa vedere a Yerevan in 48 ore
Fantasmagorico bus armeno

Cosa vedere a Yerevan: consigli pratici

  1. Meteo – L’Armenia arriva anche a 70 gradi di escursione termica. Se vai in inverno, sappi che le temperature raggiungono anche i -20 C°, mentre in estate è come essere in un forno: il caldo viene dall’alto, dall’asfalto, dalle macchine e dalle facciate. Considera abbigliamento adeguato alla temperatura, cappello (o colbacco!) e borraccia.
  2. Lingua – Anche se molti parlano russo, un semplice “bari galust” (grazie) in armeno apre porte e cuori. Non molti parlano inglese e abbiamo conosciuto solo una ragazza – sorpresa! – che si è rivolta a noi in italiano.
  3. Trasporti – Yerevan si può visitare a piedi, anche se c’è una rete di autobus (terrificanti in estate). Uscire fuori dalla città è letteralmente un’impresa degna di un’epopea medievale, alcuni luoghi possono essere raggiunti con un incrocio di marshrutke davvero complesso da mettere insieme se non si è del luogo. Si possono noleggiare macchine e taxi. Questi ultimi sono dovunque proprio sopperire alla mancanza di mezzi pubblici, ma chiedono cifre ingiustificabili. Il quarto giorno di viaggio, per sposarci nei luoghi più lontani, ci siamo rivolte a un’agenzia turistica locale, che con 25 euro a testa ci ha scorrazzato in giro per l’Armenia con una guida che parlava inglese e vari turisti armeni simpaticissimi, il tutto in una marshrutka con l’aria condizionata (piango di felicità!). Ecco il link (non prendo commissioni!): https://onewaytour.com
  4. Cibo – Prova il khoravats (spiedini di carne) e il lavash fresco; accompagnali con il vino al melograno, “inventato” dagli armeni, per un’esperienza autentica.

Donna che viaggia sola